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L'IPERTENSIONE
ARTERIOSA |
La pressione arteriosa è la forza che il cuore esercita sulla parete delle arterie quando vi spinge il sangue. Le fasi dell’attività cardiaca si distinguono in contrazione (o sistole) e rilassamento (o diastole). Ecco il motivo per cui si hanno due valori di pressione arteriosa: il valore più alto (massima) corrisponde alla pressione di “spinta” del sangue dal cuore ai vasi arteriosi (pressione sistolica) mentre il valore più basso (minima) corrisponde alla pressione di rilassamento del cuore (pressione diastolica). Per comprendere le problematiche legate alle variazioni di pressione arteriosa possiamo pensare al cuore come ad una pompa e ai vasi sanguigni come a dei tubi di un circuito idraulico
chiuso che si allontanano (gli arteriosi) e poi ritornano (i venosi) alla pompa; a questi vasi si collegano
gli organi che necessitano di sangue (cervello, reni, fegato, ecc.).
Se la pressione è più alta del normale, il cuore deve faticare di più per spingere il sangue in circolo; a lungo andare questo stato porta al danneggiamento di vasi arteriosi e organi, a cominciare dalle arteriole più piccole soprattutto degli occhi e dei reni.
Con il termine ipertensione arteriosa s’intende l’innalzamento patologico dei valori pressori cardiaci. Tali valori, che di solito si misurano a livello del braccio (più precisamente all’arteria omerale, di qui l’abbreviazione PAO: Pressione Arteriosa Omerale), vengono definiti “normali”
quando non superano i 140 millimetri di mercurio (mm Hg) per la pressione massima (o sistolica) e i 90 millimetri di mercurio (mm Hg) per la minima (o diastolica) nel soggetto adulto privo di altre condizioni patologiche (=140/90 mm Hg). Nel soggetto cardiopatico, diabetico o con elevati livelli di colesterolo la pressione arteriosa ottimale dovrebbe essere inferiore ai 130/85 mm Hg. Nel paziente con insufficienza renale la PAO dovrebbe invece essere inferiore ai 125/75 mm Hg.

Quanti sono gli ipertesi?
In Italia gli ipertesi sono 12 milioni: su una popolazione totale di 58 milioni
sono il 20,5%; solo la metà dei soggetti ipertesi (cioè 6 milioni di persone, il 10%) sono a conoscenza del proprio stato. Dei 6 milioni di persone coscienti di essere ipertesi,
solo 1 milione e mezzo, cioè il 25%, segue una terapia farmacologica.
In definitiva: su 12 milioni di italiani ipertesi, 10 milioni e mezzo o non sanno di essere ipertesi o non si curano.
Quali le cause dell’ipertensione arteriosa?
Solo nel 5% dei casi si riesce a scoprire la causa dell’ipertensione
(insufficienza renale cronica, stenosi dell’arteria renale, feocromocitoma, ecc.).
Nel restante 95% dei casi invece, nonostante le indagini, non si riesce ad identificare alcuna causa dello stato ipertensivo. I disturbi più frequentemente accusati dai soggetti ipertesi sono: cefalea, ronzii auricolari, epistassi (sangue dal naso), nervosismo, vertigini, palpitazioni. Com’è facilmente constatabile, tutti questi sono disturbi assai aspecifici, cioè non esclusivi della patologia in causa. In aggiunta occorre tener presente che non sempre l’iperteso manifesta sintomi.
Talvolta succede che mentre il Medico di Medicina Generale trova valori pressori elevati durante un controllo presso il proprio ambulatorio, in altre situazioni ambientali (a casa propria o di conoscenti) la misurazione della PAO dà valori normali. Questa situazione viene definita “ipertensione da camice bianco”; si tratta di un innalzamento dei valori pressori attribuibile o allo stress indotto dall’ambiente (ambulatorio, lunga attesa, ecc.) o alla paura dell’eventuale riscontro di elevati valori pressori da parte del medico. In questi casi può venire in aiuto la misurazione della pressione arteriosa per 24 ore.
Il cosiddetto “monitoraggio ambulatoriale della pressione arteriosa” viene eseguito automaticamente ogni 15 minuti durante il giorno e ogni 20 minuti durante la notte da un apparecchio posizionato al braccio del paziente. Tale metodica consente di togliere lo stress emotivo legato alla misurazione da parte del medico e di verificare se avvenga la normale discesa notturna dei valori pressori.
Qual é la prima misura da mettere in atto quando si trovano elevati valori di pressione?
Il miglioramento delle abitudini dietetiche e di comportamento.
1) Ridurre l’uso di sale da cucina: il sodio, elemento costituente il sale, induce il restringimento delle arterie e, di conseguenza,
l’innalzamento della pressione arteriosa. Una delle medicine che spesso si usano in prima battuta (il diuretico) serve ad eliminare l’eccesso di sale presente nell’organismo. È facilmente intuibile quindi che limitare, o meglio eliminare,
l’assunzione di sale equivale - idealmente - ad assumere una medicina, essendo identici gli effetti. Lo stesso vale per gli alimenti ricchi di sodio: surgelati, carne in scatola (tonno, sardine, manzo in gelatina), insaccati, formaggi stagionati (pecorino, parmigiano, gorgonzola, ecc.), frutti di mare, sottaceti,...
2) Migliorare il proprio stile di vita:
• ridurre l’assunzione di alcool e di superalcolici;
• abolire il fumo (esso provoca una vasocostrizione delle arterie);
• ridurre l’assunzione di caffè (la caffeina ha proprietà eccitanti);
• ridurre, negli obesi, il peso corporeo con un’adeguata dieta
ipolipidica/ipocalorica;
• praticare esercizio fisico almeno tre volte alla settimana: due ore settimanali di esercizio
fisico intenso (ad esempio: passeggiate a passo sostenuto, bicicletta, nuoto, esercizi fisici in palestra, ecc.) riducono lo stato di stress e riattivano il metabolismo generale.
Cosa fare se, nonostante queste misure igienico-dietetiche, la pressione resta alta?
Sarà il proprio medico di medicina generale che - confermata in diverse
occasioni e in diversi momenti della giornata l’esistenza di uno stato ipertensivo - inizierà ove necessario l’adeguata terapia.
Questa potrà consistere all’inizio di un solo farmaco. Qualora dopo un corretto periodo di prova la pressione arteriosa non accenni a diminuire, sarà il medico stesso a valutare l’opportunità di sostituire il farmaco o di aggiungerne un altro a quello già iniziato.
L’ipertensione arteriosa è stata riconosciuta essere uno dei 5 fattori di rischio “maggiore” per eventi cardiovascolari e cerebrali (gli altri 4 sono: l’elevato tasso di colesterolo, il diabete, l’obesità e il fumo).
Quali le conseguenze di un’ipertensione arteriosa non trattata? I distretti “bersaglio” dell’ipertensione sono principalmente rappresentati da: cuore (infarto, scompenso cardiaco, ecc.), occhi (disturbi della vista), cervello (ictus, emorragia cerebrale), reni (insufficienza renale), arterie degli arti inferiori (disturbi nella deambulazione, ischemie periferiche).
Si può però a ragione affermare che nessun organo o tessuto resti “indifferente” all’aumento della pressione e che con l’andare del tempo inevitabilmente si manifesteranno conseguenze dannose di tale stato. Ogni persona costituisce un “unicum” ed è il proprio medico colui che più di altri ne conosce le caratteristiche. A lui dunque la valutazione sui modi e tempi di diagnosi e di trattamento di questa patologia che, se non adeguatamente trattata, può a lungo andare portare a patologie invalidanti.
Giorgio Brigato
Medico di Medicina Generale
Specialista in Cardiologia
ULSS 17
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