3° QUADRIMESTRE 2006 redazione@bussolasalute.com
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DISABILITA':UNA CONDIZIONE IN CUI SI PUO' TROVARE OGNUNO DI NOI


Nel maggio 2001 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha pubblicato la “Classificazione internazionale del funzionamento, della salute e della disabilità”, l’ICF. Tale strumento, che è il risultato di sette anni di lavoro e “prove sul campo” a cui hanno contribuito 65 Paesi, tra cui l’Italia, nell’aprile 2002 è stato presentato ufficialmente a Trieste, nell’ambito di una conferenza mondiale, e adottato da 191 Paesi quale nuovo strumento per descrivere e misurare la salute e la disabilità delle popolazioni. Da circa due anni sono iniziati in Italia i corsi di formazione per gli operatori socio-sanitari, attivati nel 2005 anche dalla Regione del Veneto. In questo articolo non si intende proporre una dettagliata descrizione dello strumento quanto, piuttosto, evidenziare i presupposti concettuali su cui si fonda e, per questa via, indicare le innovazioni significative che introduce nell’ambito della disabilità. 
La classificazione ICF implica infatti un cambiamento di prospettiva nella definizione di salute e disabilità e i nuovi principi in essa contenuti evidenziano l’importanza di un approccio integrato che tenga conto anche dei fattori ambientali, classificandoli in maniera sistematica. È opportuno ricordare che questo nuovo strumento di classificazione e descrizione della salute, utilizzabile sia a livello individuale che di popolazione, si inserisce in una tradizione ormai consolidata dell’OMS per quanto riguarda l’elaborazione di strumenti classificatori; il primo di essi era stato l’ICD (Classificazione Internazionale delle Malattie) che, nella sua decima revisione, è tuttora utilizzato in ambito clinico, epidemiologico e di programmazione dei servizi a livello mondiale. Si tratta allora di capire come mai è sorta la necessità di spostare l’attenzione dalla dimensione della malattia a quella della disabilità. A livello di popolazione, nel mondo occidentale, la situazione sanitaria è estremamente cambiata. Prendiamo il periodo fra le due guerre mondiali e paragoniamolo all’inizio degli anni settanta del secolo scorso: si è osservato un cambiamento nella distribuzione della salute e delle malattie a livello di popolazione. In sintesi, tale cambiamento consiste nella drastica riduzione delle malattie acute trasmissibili (malattie infettive) e nel progressivo aumento delle patologie tipiche dell’età adulta e anziana quali le malattie cronico-degenerative e neoplastiche, a cui si aggiunge una maggiore frequenza di patologie cardiovascolari (fattore età ma anche stili di vita tipici della società industriale e urbana) e di incidenti con eventi traumatologici ad esito invalidante. La situazione di una persona che si trovi in stato di malattia acuta e quella di chi si trovi affetto da una malattia cronico-degenerativa o presenti un esito invalidante (ad esempio menomazione da incidente stradale, limitazioni nella vita quotidiana per cardiopatia, deficit funzionali plurimi negli esiti di una encefalopatia in un grave prematuro sopravvissuto grazie alla possibilità di rianimazione e cure intensive prolungate in ambito neonatologico) sono
estremamente diverse. 
In caso di malattie acute è possibile instaurare un’adeguata terapia che, in un tempo solitamente breve, può condurre alla guarigione e alla ripresa del tipo di vita precedente il processo morboso, mentre negli altri casi il concetto stesso di guarigione si rivela spesso inappropriato e si tratta piuttosto di favorire la miglior convivenza possibile con una condizione che limita a vari livelli l’attività e la partecipazione sociale. Per questo tipo di bisogni la diagnosi medica e l’approccio clinico non danno informazioni sufficienti a individuare gli interventi più idonei. È questo il motivo per cui strumenti di descrizione e classificazione delle malattie sono risultati da soli insufficienti per uno studio e un confronto dello stato di salute delle popolazioni. I principi generali a cui devono rispondere le classificazioni internazionali so-no dunque: validità internazionalmente comprovata e accettata e possibilità di applicazione indipendentemente dal tipo di cultura dei soggetti e delle popolazioni. Negli anni settanta, l’OMS iniziò un lavoro che a partire da una prima stesura sulle “conseguenze delle malattie” portò attraverso vari passaggi alla pubblicazione, nel 1980, dell’ICIDH (Classificazione Internazionale delle Menomazioni, Disabilità ed Handicap) in cui si introduceva una distinzione tra i concetti di malattia, disabilità ed handicap. L’ICIDH si basava su uno schema concettuale di tipo sequenziale stabilendo una relazione diretta e univoca tra le conseguenze di una malattia e la disabilità, e definendo quest’ultima come “qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione) del-la capacità di compiere un’attività nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano”. L’handicap era invece inteso come lo svantaggio derivante da tale disabilità.
L’applicazione dell’ICIDH evidenziò alcuni limiti soprattutto riguardo all’efficacia dello strumento per la valutazione funzionale; i dati raccolti con questo tipo di strumento risultavano inoltre poco omogenei e di difficile comparazione e i fattori ambientali non venivano di fatto considerati. Dalla revisione dell’ICIDH deriva l’ICF che supera l’approccio individuale allargandolo a quello sociorelazionale che tiene conto delle circostanze in cui la persona si trova a vivere. Muta dunque la prospettiva e conseguentemente anche il significato dei termini: la disabilità non è più considerata “una limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere un’attività nei modi e nei limiti considerati normali per un es-sere umano” ma “una condizione di salute in un ambiente sfavorevole”. L’attenzione si sposta conseguentemente
sulle condizioni che possono contribuire a migliorare lo stato di salute, inteso come qualità della vita, condizione di benessere psicofisico e non semplicemente assenza di malattia, e gli interventi necessari non si situano esclusivamente a livello della persona ma possono contemporaneamente riguardare l’ambiente nella più am-pia accezione del termine (ambiente fisico, sociale, lavorativo, ecc.). Occorre perciò superare la contrapposizione tra un approccio medico, volto a curare, e un approccio esclusivamente sociale alla disabilità; l’ICF si fonda su un modello integrato biopsicosociale, più funzionale alla necessità di comprendere l’interazione tra i diversi fattori che concorrono a determinare una condizione di disabilità. Si comprende anche perchè, da questa prospettiva, tutte le malattie siano poste sullo stesso piano, indipendentemente dalle cause che le hanno determinate. Ogni persona può infatti trovarsi nel corso della propria vita in una condizione di salute che determina una restrizione delle sue capacità o ne limita la partecipazione, per cui la disabilità non è più ascrivibile ad una determinata categoria di persone ma può potenzialmente riguardare tutti. L’ICF si presta ad essere uno strumento applicabile a molti livelli: dall’identificazione dei bisogni individuali, alla ricerca e programmazione in campo sociosanitario,
dell’educazione, del lavoro e della pianificazione ambientale. È auspicabile che questa nuova classificazione possa contribuire allo sviluppo di una cultura della inclusione e della partecipazione, in sintonia con le nuove fisionomie dei bisogni socio-sanitari emergenti.

Paolo Segalla
Servizio Neuropsichiatria Infantile Este

Giuliana Veronese
Servizio Età Evolutiva
UO Maternità, Infanzia,
Età Evolutiva, Famiglia
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